Esperienza missionaria

Quando mi ritrovo a dover raccontare a qualcuno l'Africa che per un mese ho vissuto, quasi sempre esordisco dicendo: "È un altro mondo...", e sembra questa un'affermazione scontata e un fatto di cui tutti, tramite televisioni e giornali, sono coscienti.

Per me, invece, questa semplice frase non è il sunto di un documentario televisivo ma il frutto di un viaggio, di una partenza verso un mondo che non conoscevo e, soprattutto, vuole esprimere la gioia di un incontro con un altro popolo: bambini, donne, uomini e anziani di un'altra razza.

Una mamma di Kasumo con in braccio il suo meraviglioso fanciullo - click per ingrandire

E in quel termine "altro" c'è tutto il fascino, la curiosità, il desiderio di condivisione e il voler mettere in discussione il proprio modo di vivere e di pensare, insomma, esso racchiude tutto ciò che sta alla base e a coronamento di un incontro, appunto, con l'altro, con chi è intrinsecamente diverso da te.


E in questa occasione ho potuto apprezzare la diversità e valorizzarla invece di considerarla come qualcosa che divide o, peggio ancora, come un fatto abituale al quale non si fa più caso e che ci lascia indifferenti.


A volte, lo confesso, è stato duro sentirsi diversi: noi bianchi e loro neri; noi con macchine fotografiche e i bambini con fionde e palla fatta di stracci; noi belli paffutelli e loro con le gambe magre, magre; noi carichi di pensieri e loro così semplici ed essenziali.

Bimbi che guardano incuriositi - click per ingrandire

Ho provato il disagio di sentirsi osservati da tanti piccoli occhi che non fanno altro che chiederti, e di sentirsi toccati da tante fragili mani che cercano la tua compagnia. Sono rimasta affascinata dal loro modo di stare in chiesa: dal loro sedersi vicini, vicini l'uno accanto all'altro, dai loro canti, dalla gioia, e, allo stesso tempo, grande raccoglimento che ognuno manifesta nel lodare Dio.
E ho provato una grande tristezza al pensiero che nelle nostre chiese, invece, si è troppo distanti perché la voce di ciascuno possa unirsi alle altre e diventare una preghiera sola. Davvero nelle celebrazioni domenicali e durante il rosario che il venerdì sera recitavamo assieme alla gente del villaggio, mi sono sentita come racchiusa in un abbraccio: noi eravamo parte di quella comunità e, di fronte a Gesù anche il fatto che non conoscevamo la loro lingua diveniva secondario.

Bambini del villaggio di Kasumo - click per ingrandire Bambini del villaggio di Kasumo - click per ingrandire

Una mamma di Kasumo con i suoi splendidi bimbi - click per ingrandire

Mi è sembrata una festa anche la prima volta che abbiamo fatto un giro nel villaggio. Eravamo circondati dai bambini che ci hanno accompagnato con le loro risa e i loro piedi scalzi. Ci siamo fermati a salutare donne e anziani che sedevano di fronte alle loro casette e a quest'ultimi in particolare, ho stretto la mano mentre sorridevano e mi guardavano estasiati.

Alcuni bimbi nei pressi di una casa in costruzione - click per ingrandire

Non mi era mai capitato di andare in un posto dove non ero mai stata prima e di sentirmi, invece, accolta e di essere da tutti salutata come se mi conoscessero da chissà quanto tempo.

Allora è proprio vero che è un altro mondo, l'Africa, un altro cielo, un'altra terra e un altro popolo. E, come naturale che sia, da questo popolo ho imparato tanto.
Ho imparato a ringraziare chi ti ha detto grazie; ho imparato a sorridere anche quando si è sporchi e stanchi; ho imparato a dare la mano anche se ti sei ferito giocando con i bambini; ho riscoperto una naturalezza e una semplicità nel vivere perdute; ho imparato a salutare chiunque incontro e a "perdere tempo", magari interrompendo il lavoro e il "tuo dovere", e donare questo tuo tempo a chi ti sta vicino e ti chiede un sorriso.

Era bello la sera, tornati dal lavoro, una volta smessi i panni dell'elettricista o del muratore improvvisati, andare verso casa e incontrare il coro dei giovani che rientrava dopo aver fatto le prove.

Mi davano il loro quaderno dei canti chiedendomi di leggerli. Cantavano e danzavano insieme con il sole rosso che scompariva dietro le piante di banane. Ridevano nel sentire la mia pronuncia strampalata e nel vedere i miei movimenti un po' goffi e impacciati ed io, con loro, ridevo ed ero felice.

"Karibuni, tena..." ci ha detto Sadoki, un ragazzo di Kasumo che lavorava con noi agli impianti elettrici. Ci siamo salutati con l'augurio, a noi rivolto, di tornare di nuovo. E rispondere ad un "Karibuni, tena" è quasi un impegno al quale non si può mancare. "I'll come back", ho risposto.

E intanto porto con me il ricordo di Sadoki, Abia, Veronica, Celestini, Ezechiele, Elisabethi e di tutti gli altri bambini. E ogni tanto mi dirò: "Barabàra", come loro mi chiamavano storpiando in maniera così buffa e naturale il mio nome. E insieme all'immagine dei loro volti, dei paesaggi, della terra rossa e delle stelle africane; insieme al "rumore" in lontananza del villaggio e al silenzio della notte, in testa avrò il pensiero e nel cuore il desiderio che a sua volta un pezzettino di me sia rimasto in Africa, nel ricordo di tutte le persone che ho incontrato e che mi hanno sorriso.

Una speranza ho. Di non dimenticare. Di sforzarmi nell'intento che ho di portare l'Africa in ogni momento della mia vita qui, in Italia, o meglio, in Occidente dove è difficile pure commuoversi e piangere; di trasmettere a chi mi sta vicino, la gioia di aver conosciuto questo popolo; di non lasciarmi accecare dalle tante luci che mi circondano e pensare che a Kasumo, invece, la notte è fatta per riflettere, per sognare e per accorgersi che nel cielo, anche molto vicino a te, dietro quelle colline, non ci sono lampioni ma bagliori: i bagliori di una guerra che ti interroga e ti spaventa e che non puoi ignorare.

Barbara Postacchini


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